Duncan Jones ci regala un capolavoro di genere e con il pretesto dell’astronauta prigioniero di un’eterna ripetizione, invita a riflettere sull’uomo e su un progresso scientifico sull’orlo dell’alienazione. Moon esprime il massimo grado della moderna fantascienza: il realismo informa narrazione e rappresentazione e strizza l’occhio ai migliori esempi del cinema contemporaneo che appartengono allo stesso filone; gli interrogativi etici catalizzano il film verso un’assunzione di responsabilità di cui oggi la fantascienza dovrebbe farsi carico. La messinscena non va alla ricerca dello stupore e più che futuribile è realizzabile. Pensiamo agli interni della base mineraria in cui alloggia Sam, a Gerty, al suo aspetto così vicino ad una versione semplicemente più evoluta dei nostri pc di casa. C’è qualcosa di diverso in Moon; a partire dal tema dell’ “altro”: il film è costruito su un capovolgimento delle categorie Uomo/Alieno e Terra/Altrove. Si avverte un vuoto, una sensazione di vertigine che attraversa l’intera pellicola, frutto della mancanza di un altrove sconosciuto e minaccioso; meglio, l’altrove è la terra e l’altro è l’essere umano. L’uomo è il grande assente, tanto è vero che per tutto il film attendiamo l’arrivo di una squadra di soccorso di cui riusciremo solo ad intravedere le ombre (ha preso il posto degli alieni di Spielbergh in Incontri ravvicinati del terzo tipo, 1977), ma le conseguenze delle sue azioni sono evidenti e bruciano: il cinismo, la religione di un profitto ottenuto giocando ad essere Dio senza curarsi delle implicazioni etiche (i “mietitori” che estraggono elio 3 dal suolo lunare si chiamano ironicamente Matteo, Marco, Luca e Giovanni). Difficile non cogliere la critica ai limiti di un capitalismo fragile, irresponsabile ed esasperato – sintetizzato nella Lunar Industries – così come emerso dalla crisi economica che sta caratterizzando questi ultimi anni. Il clone è un semplice strumento da sfruttare e poi gettare. Tutto avviene al di là dei nostri occhi, nel lato oscuro della luna sia per negarsi la visione di un silenzioso delitto sia perché a Sam non è dato nemmeno di vedere da lontano quel mondo che gli sarà sempre negato. La solitudine è assoluta ed inevitabile; il suo dramma tutto “umano”. In questo panorama desolante e desolato l’unico aiuto al clone/oggetto può venire dalla macchina. Essi condividono la stessa origine e condizione. L’unità robotica di bordo aiuta Sam ad afferrare la verità e ne comprende il dramma dell’ essere svuotato di senso. Pensiamo alla bellezza struggente della scena in cui Sam prende coscienza dell’illusione della propria esistenza e di Gerty che tenta di consolarlo. Ci aspetteremmo dalla macchina un comportamento diverso: siamo abituati a vederla quasi sempre come quel qualcosa di cui avere timore, dalla cui autoconsapevolezza difendersi. Gerty è familiare e rassicurante, lontano dal freddo, spietato Hal di 2001: Odissea nello spazio (1968) così come dalle macchine di Matrix (1999). L’interpretazione di Sam Rochwell rende bene le sfumature di un personaggio scisso. Il Sam n° 1 è stanco, maturo e fragile, ha già compiuto quel percorso di purificazione da se stesso e dalla società che il 2°, violento ed egoista, realizzerà solo sul finale del film. Il suo sacrificio servirà ad accendere i riflettori su una realtà scomoda. Il tutto è condito con le musiche dello psichedelico e straniante Clint Mansell, che riempie gli ambienti del film di echi, malinconia e solitudine. Una volta visto il film di Jones viene proprio da chiedersi “dove siamo adesso?” e cosa vogliamo sia il futuro?











Complimenti per la bellissima recensione; molto approfondita ed emotivamente calzante.
Anche se per me il film mette in campo troppi temi senza svilupparne uno in modo compiuto: la ragione dell’uomo rispetto a quella fredda delle macchine robotiche e computeristiche, l’imperialismo, un accenno incompleto all’ecologia e all’ontologia.